ATTIVITA' COMMERCIALI IN CELLE DI SAN VITO

 

Dopo gli anni di regno della baronia di Castelluccio Valmaggiore, fondata da Renato D'Angiò (1440 - 1463), nel 1810 il Comune di Celle divenne il reale padrone delle sue proprietà, acquistando l'indipendenza e godendo di libertà di indirizzo civile ed amministrativo.

Questa indipendenza portò allo sviluppo di attività commerciali, atte al sostentamento della popolazione. L'agricoltura era il bene primario, ma all'interno del paesello si erano create diverse attività, anche perché il momento di maggior densità demografica avvenne proprio in quel periodo.

In paese erano presenti due forni per la cottura del pane, infatti il pane non si vendeva al pubblico ma ogni cittadino ammassava il pane in casa e poi lo portava a cuocere al forno, pagando la cottura non con il denaro ma bensì con della pasta per il pane; da cui si desume che il baratto, lo scambio di beni, fosse la base dell'economia locale, mentre il denaro veniva usato per l'acquisto dei beni non di largo consumo. Tra i forni ricordiamo quelli di  " Tanta Nunziatìne "  e  quello di  "Suppecèlle".

Erano inoltre presenti tre negozi di generi alimentari, che vendevano pasta, salumi ed insaccati, olio, aceto e vino, zucchero e beni alimentari primari. Inoltre erano presenti, due botteghe di falegnami, ed uno stagnaro, che lavorava lo stagno, e riparava lo "Ciarùnnh" i grossi pentoloni che si usavano per cucinare.

Tre cantine , che erano un pò il centro di raccolta degli uomini del paese, che finito di lavorare andavano a bere un buon bicchiere di vino in compagnia, e facevano una partita a carte.

Oltre a queste attività, vi erano due macellerie, un bar, due calzolai (lo scàrpare) i quali oltre a riparare le scarpe le fabbricavano su misura. Vi erano due sarti, due scalpellini, che lavoravano le pietre per l'edilizia e scolpivano architravi delle porte, i camini e i mortai.

In quel periodo era presente a Celle anche la caserma dei carabinieri, che con il passare degli anni passò a Faeto, e l'ospedale.

Celle era bensì un piccolo centro agricolo, ma non mancava niente per il sostentamento della popolazione e con il passare degli anni le varie attività si susseguirono, man mano però scomparendo per il vertiginoso calo demografico che il paese subì, soprattutto con l'avvento delle due guerre mondiali, che portarono il paese ad uno stato di povertà, talmente forte che costrinse la gente del posto ad emigrare altrove.

Oggi il paese conta non più di centottanta residenti, e le attività presenti sono diminuite quasi completamente. Sono presenti due bar, di cui uno anche pizzeria ristorante, un Tabacchi emporio, una farmacia, ed un laboratorio di creazione artistiche artigianali locali.

 

FIERA DEL BESTIAME DI SAN VITO

Questa era l'appuntamento più importante di quel periodo, poiché la gente del posto aspettava con ansia tutto l'anno l'avvento di questa manifestazione. La fiera avveniva nei pressi della storica contrada " Crepacore " a metri 1050, dove sorgeva anticamente un villaggio denominato Casale Crepacore.  Esso comprendeva anche l'attuale Taverna oggi di proprietà, del marchese Maresca di Napoli, ed una chiesetta che gli abitanti del casale dedicarono a San Vito Martire.  La giuristizzione ecclesiastica di questo luogo passò in successione nel 1071 dal vescovo di Troia che l'aveva ricevuta da Papa Alessandro II, nel 1132 al Re Ruggiero II il Normanno, passando nel 1567 al Clero di Castelluccio Valmaggiore.

Dal 1890 tale culto passò sotto la giurisdizione del comune di Celle di San Vito. La forza della fede creò sotto l'impero di Diocleziano, la festa - Sagra di San Vito.

La popolazione di Celle fulcro portante dell'iniziativa, incontrava le popolazioni laboriose della Puglia e della Campania, in particolare il 15 Giugno di ogni anno, si davano convegno sulla suggestiva piana dello spartiacque delle due regioni, per onorare il Santo Martire, e per tenere la fiera del bestiame e degli attrezzi agricoli e la vendita dei loro prelibati prodotti agricoli e caserecci.

In questo scenario di grandiosa suggestività, sin dalle prime ore del mattino, centinaia di persone, provenienti anche dai più lontani centri della nostra provincia e da quelle limitrofe del Sannio, del Molise e della Campania, si riversavano nella zona di San Vito.

La chiesetta il 15 Giugno, veniva circondata per l'intera giornata da gente, di ogni provenienza e ceto sociale.

Alla fiera si arrivava a piedi o a dorso di mulo per comprare o vendere soprattutto animali: bovini, maiali, pecore, capre, galline, cavalli, asini e muli, ma anche suppellettili per l'allevamento e per l'agricoltura quali briglie, selle, aratri, fruste, e tutto quello che ne concerneva e si vendevano dolci, noccioline, ciliegie.

Dalla parte opposta vi erano bancarelle di tutt'altro genere dove si vendevano articoli per la casa, caldaie, pentolami vari, ma anche abbigliamento, calzature, mobili e oggetti in ferro battuto.

La mattina era destinata alle funzioni religiose, da Celle partiva una processione che appena arrivata in prossimità del santuario, faceva tre giri intorno ad esso in segno di devozione e penitenza.

Poi veniva celebrata la Santa Messa mentre al di fuori si svolgeva la compravendita del bestiame. A mezzogiorno, la folla si divideva in gruppi formati da familiari ed amici, per sistemarsi all'ombra delle secolari piante e consumare l'abbondante pranzo, preparato in casa con ogni cura. Poi venivano i balli sull'erba, al suono delle fisarmoniche e chitarre, festosamente accompagnate da canti corali e goliardici. Verso il tardo pomeriggio, la gente dopo aver fatto gli acquisti, partiva per il ritorno contenta e soddisfatta.

La fiera svolgeva anche una funzione sociale di incontro, perché la gente aspettava questo evento tutto l'anno, sapendo che avrebbe passato una giornata in compagnia, avrebbe fatto buoni affari e avrebbe sfoggiato il vestito della festa. Per farla breve si sarebbe divertita.

La fiera di San Vito dopo il terremoto del 1962, che distrusse il Santuario, non fu più fatta in quel luogo.  Si tentò negli anni successivi di farla a Celle, ma il tentativo non andò a buon fine e la fiera scomparì del tutto.

Le cause della sua scomparsa possono essere attribuite al fatto che l'agricoltura era in fase di evoluzione e stavano scomparendo la maggior parte degli attrezzi agricoli, e il bestiame veniva acquistato direttamente nelle tenute degli allevatori.

La fiera di San Vito, ha lasciato il posto alle Sagre che sono perlopiù a carattere gastronomico. In questi ultimi anni, si è diffuso il " mercato " che è settimanale o quindicinale e si fa ormai in tutti i paesi. Da noi il "mercatino" come viene chiamato, a causa dei pochi commercianti che intervengono, si tiene il Mercoledì. Vengono ambulanti che trattano articoli per la casa, vestiario, calzature e generi alimentari.

Le persone intervistate, hanno concluso che la vita, rispetto a quaranta o cinquanta anni fa, è cambiata molto, ma i ricordi del tempo passato sono sempre vivi e ad essi si accompagna una struggente nostalgia.        

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