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A CELLE SAN VITO
Muraglione con archi a tutto sesto
come un dito puntato verso il cielo;
due camini fumanti all'imbrunire
ammannati di sogni e d'infinito;
un miscuglio di tinte colorate,
impastate su enorme tavolozza
colma d'abeti, d'olmi, di ginestre,
di acque fresche e limpidi ruscelli,
di cento bocche schiuse mestamente
in un sorriso timido e gentile:
sei tutta qui, o Celle di San Vito,,
piccola e grande come in tutti i tempi,
sempre pronta a donare
ad ospitare ad amare.
So che fosti Mutatio di Aquilone,
un'umile stazione di viandanti,
sulla Via Traiana Imperiale,
poi bosco sacro intestato a Caracalla,
che devi il tuo nome di martire cristiano
all'ordine dei frati occidentali
del gran San Benedetto,
che desti asilo a eretici valdesi,
ad angioini e a franco - provenzali
che ti donaron molto:
un idioma speciale per parlare
senza che altri intenda ciò che dici,
duecento occhi lucidi di pianto
ammorbiditi, spesso,
dalla Romana santa Inquisizione
con roghi ardenti, carceri, tormenti
e lunghe processioni per recare
nel freddo acuto della notte nera,
il viatico ai morenti
che, dietro le finestre inghirlandate
di gerani e dopo tanti stenti,
esalavano l'ultimo respiro.
Così t'aveva ridotta
nel nome del Signore,
o Celle San Vito,
il troiano Felice Siliceo,
un pio monsignore
che tutto pien di zelo
in fin del cinquecento
solea purgar le colpe dei Cellesi
nonchè dei Faetani......
Troiano anch'io or qui ti chiedo scusa.
Ora, lucente, in cima all'Aquilone,
doni a chiunque la serenità
fai del perdon la tua vendetta:
e quel sorriso timido e gentile
lo offri sempre a tutti,
con gran sincerità!
Vincenzo Bambacigno (11/87)
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La Maestra Falcone cerca i suoi alunni
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